The Island That Speaks
Scritto da Niccolò Banfi
Diari da Rapa Nui, dove l’oceano restituisce ogni cosa
Alcuni luoghi parlano sottovoce. Usano una lingua lenta, fatta di silenzio, vento e attesa. Rapa Nui è uno di questi luoghi. Arrivarci dà la sensazione di raggiungere il confine di qualcosa: non solo di un continente, ma del tempo, della storia, persino della logica. Un punto nel cuore dell’Oceano Pacifico, così lontano da tutto che viene da chiedersi come i primi esseri umani siano mai riusciti a raggiungerlo. Eppure, anche qui, l’oceano parlava. Portava la vita, scolpiva la costa e decideva chi poteva restare e chi no.
Quando scesi dall’aereo e vidi le colline verdi e spoglie dell’isola, ebbi la sensazione di entrare in un altro mondo. Il sole era forte, ma il vento, quel vento sembrava voler dire qualcosa. I Moai, con i loro volti immobili e silenziosi, si stagliavano come spiriti antichi. Ma non andai a vederli per primi. Andai su una spiaggia.
Una spiaggia piena di plastica.
Ci sono immagini che rimangono dentro. Quella spiaggia era una di queste. Sabbia dorata, rocce nere e una distesa di frammenti colorati. Bottiglie, tappi, infradito, reti da pesca, microplastiche che si confondevano con i granelli di sabbia. E quell’odore sottile – metà salsedine, metà qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì. Ero su una delle isole più remote del pianeta e davanti a me avevo un inquietante promemoria: nulla è davvero lontano, se galleggia.
«Questo non è nostro», disse Tuty, mentre riempiva un secchio usando un piccolo setaccio. «Arriva dal mare. Una parte dalle barche da pesca, un’altra dal Cile. Ma, a dire il vero, ormai non importa più da dove provenga. Il punto è che… arriva fin qui.»
Tuty è nato sull’isola. Pelle scura, volto segnato dal tempo, voce calma. Non sembrava avere mai fretta. Guida un’organizzazione locale che protegge il patrimonio naturale dell’isola e sensibilizza la comunità. Ma fa molto di più. Tiene viva la memoria. Protegge la lingua, le storie, i gesti. Insieme a lui, a Ludvic e ad altri volontari, passammo ore a ripulire la spiaggia. Non era un’iniziativa per turisti, ma qualcosa di necessario. C’era chi lavorava in silenzio, chi raccontava storie. Alcuni bambini ci osservavano dalle rocce.
A un certo punto mi fermai e guardai il mare. L’oceano è vasto, inquieto. E restituisce tutto. Restituisce i nostri errori, i nostri rifiuti, la nostra incuria. Come se volesse dirci: guarda cosa hai fatto.
La mattina seguente, Tuty mi chiamò. Mi chiese di passare da casa sua prima di partire. Quando arrivai, stavano preparando il funerale di suo zio. Il luogo era pieno di persone, ma lui mi accolse con un sorriso discreto. «Vieni», disse, «ho qualcosa per te.»
Mi porse due borse. Dalla prima tirò fuori una piccola statuetta di un Moai, realizzata con la plastica che avevamo raccolto il giorno prima. Era colorata, ruvida e, in qualche modo, bellissima. «Vedi?», mi disse. «La plastica non è sempre qualcosa di negativo. A volte dipende semplicemente dalla storia che scegli di raccontare.» Dalla seconda borsa tirò fuori tre bottiglie di vino. «Stai andando alle Isole Gambier, vero? Per favore, portale con te. Sono per le persone che tanto tempo fa mi hanno accolto. Una bottiglia è per te. È il nostro modo di dirti grazie.»
Quel gesto così semplice mi commosse. Mi sembrò qualcosa di più di un semplice regalo: era un atto di fiducia. Un segno di amicizia. Quando lasci Rapa Nui, non porti con te soltanto dei ricordi. Porti con te una voce.
Il giorno seguente salii a bordo di una piccola barca da pesca che mi avrebbe portato alla Europa, il grande veliero che sarebbe stato la mia casa per i mesi successivi. Mentre ci allontanavamo dalla costa, vidi i Moai un’ultima volta. Sembravano guardare verso il mare. Mi chiesi se riuscissero a vedere anche la plastica.
Il vento soffiava forte. Le onde si alzavano e si abbassavano. Nel mio zaino, tra la macchina fotografica e il taccuino, c’era quella piccola statuetta di plastica. Priva di valore come materia, inestimabile per ciò che rappresentava.
Oggi, mesi dopo, la tengo ancora con me. Ogni volta che la guardo, mi ricordo di quella spiaggia. E mi ricordo che l’oceano non dimentica. Parla a chi è disposto ad ascoltare. E non serve essere un supereroe per fare la differenza. A volte basta essere un uomo con un setaccio. Una comunità che non si arrende. Una barca che prende il largo. E qualcuno disposto a raccontare la storia.
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